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Cellule
staminali mesenchimali
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Dal
'Giornale di Vicenza' del 10 gennaio 2007
Padova.
Il rettore dell’università,
Vincenzo Milanesi, intervista via telefono durante una
conferenza stampa il “suo” medico a Londra. «Non
sono un cervello in fuga, tornerò da voi»
« Serviranno 6 o
7 anni per studiare gli effetti delle mie staminali sull’uomo»
E da Costozza di
Longare il Centro Baschirotto ricorda: «Su
quel tipo di cellule stiamo lavorando anche noi, unici
in Italia, dal 2005»
Padova. «Potrebbero volerci sei o sette anni, ma
questa non è un’indicazione del tutto plausibile,
nel senso che lo scenario della ricerca sulle cellule
staminali cambia molto velocemente da un anno all’altro».
Risponde così Paolo De Coppi alla domanda sul
periodo di tempo necessario ad avviare una ricerca sugli
effetti delle staminali sull’uomo. «Non è facile
dare una risposta a questa domanda», ripete De
Coppi in collegamento telefonico da Londra con l’Università di
Padova, di cui è ricercatore, in occasione della
conferenza stampa convocata dal rettore Vincenzo Milanesi.
Secondo uno studio del gruppo d i ricerca coordinato
da De Coppi, pubblicato su “Nature Biotechnology”, le
cellule prelevate dal liquido amniotico e studiate dagli
scienziati tra Boston, Londra e Padova, sono «potenzialmente
utilissime» in medicina rigenerativa, poichè si
isolano facilmente, si moltiplicano in fretta raddoppiando
in 36 ore e sembrano versatili come quelle dell’embrione.
«
Il successo del professore Paolo De Coppi è un
esempio dei miracoli che i ricercatori italiani, e quelli
dell’università di Padova in particolare, riescono
a fare con pochi fondi a disposizione», ha commentato
il rettore Vincenzo Milanesi.
Da parte sua, De Coppi ha assicurato che tornerà in
Italia: «Ritornerò presto a Padova, cui
sono legato da una riconoscenza nei confronti dell’università dove
mi sono formato. Non sono un “cervello in fuga” - ha
aggiunto il ricercatore, nato a Conegliano 35 anni fa
e oggi primario del Great Ormond Street Hospital - e
anche da Londra continuo a coordinarmi con il gruppo
di ricerca padovano».
«
I complimenti del rettore Milanesi mi fanno molto piacere
- ha proseguito De Coppi - tornerò presto in Italia
a Padova, perchè voglio continuare a dare il mio
contributo nell’ambiente della ricerca medica dal mio
Paese».
«
Il successo del professore Paolo De Coppi - ha rilevato
Milanesi - è un esempio dei miracoli che i ricercatori
italiani, e quelli dell’università di Padova in
particolare, riescono a fare con pochi fondi a disposizione». «Crediamo
che sia giunta l’ora di credere di più nella ricerca
in Italia - ha proseguito - sia a livello ministeriale
che in una prospettiva di partecipazione dei privati
ai progetti universitari».
«
In Italia - ha sottolineato - non si può pensare
di competere a livello globale quando alla ricerca universitaria
in Italia vengono destinati fondi che sono un terzo,
in proporzione, rispetto a quanto investe ogni anno il
Governo degli Stati Uniti».
Vicenza. Ricerche su cellule staminali isolate dal liquido
amniotico vengono condotte in Italia già dal
2005. Lo rende noto l’Istituto Malattie Rare «Mauro
Baschirotto» di Costozza di Longare (Vicenza).
La ricerca, ha detto il presidente dell’Istituto, Giuseppe
Baschirotto, è stata condotta grazie a un finanziamento
da parte del ministero dell’Università e della
Ricerca Scientifica. Le cellule su cui lavorano i ricercatori
dell’istituto Baschirotto sono staminali altamente indifferenziate,
ricavate dal liquido amniotico. Le medesime cioè,
spiega un genetista dell’istituto, Uros Hladnik, 33 anni,
dello studio condotto dal l’equipe di Harvard (Atala
e De Coppi).
Su queste però l’arricchimento selettivo (per
le applicazioni scelte dal gruppo vicentino) riguarda
le mesenchimali. «Lo studio americano - osserva
Hladnik - è di grande aiuto anche a noi. Ma il
nostro e il loro sono due filoni di ricerca diversi.
Nel loro caso si cerca di ottenere delle cellule di riparo
dei tessuti. Noi invece, con un budget ovviamente molto
inferiore, cerchiamo di differenziare queste cellule
ottenute dal liquido amniotico per la terapia in malattie
rare, come il diabete mellito, caratterizzate da deficit
cellulare».
I ricercatori dell’istituto hanno potuto effettuare la
conversione di queste cellule staminali indifferenziate
in cellule adipose differenziate. Questo risultato, viene
rilevato, apre uno scenario sulla capacità del
liquido amniotico di essere una fonte inesauribile ed
eticamente corretta di cellule staminali. Infatti, a
differenza delle cellule derivate dall’embrione, quelle
ricavate dal liquido amniotico in corso di amniocentesi
non comportano alcun aumento di rischio per il feto.
Le cellule staminali così ricavate possono essere
poi differenziate in nuovi tipi cellulari e in futuro
essere usate come terapia per diverse patologie.
All’Istituto, in collaborazione con l’università di
Perugia era nato già nel 2005 il progetto p er
utilizzare queste cellule staminali mesenchimali per
produrre cellule beta pancreatiche insulino secernenti,
utilizzabili per la terapia del diabete mellito di tipo
I.
Il ridotto numero di donatori e la bassa resa di insule
ricavabili dal singolo pancreas hanno reso necessario
individuare una fonte alternativa, spostando l’attenzione
dei ricercatori verso nuove sorgenti tessutali.
Il più ambizioso traguardo del progetto attualmente
in corso è l’ottenimento di cellule in grado di
mimare il comportamento delle corrispondenti cellule
sane del nostro organismo e cioè di secernere
insulina in risposta ad aumenti della concentrazione
di glucosio.
Dal 'Gazzettino'
del 10 gennaio 2007
«Ricerca?
Bravi, ma pagati un terzo degli altri»
Appello del preside di Medicina di Padova a Regione
e imprese : «Investite nel biotech o i migliori
se ne vanno»
Padova
«Non c'è bisogno di andare all'estero abbiamo
fior di ricercatori. La facoltà di Medicina di
Padova lavora con atenei come Stanford, Yale, con la
Columbia, l'università di Chicago. I rapporti
ci sono e stanno a significare che quella di Padova è una
Facoltà attiva e riconosciuta». Per il professor
Giorgio Palù, preside della Facoltà di
Medicina di Padova e presidente della Società di
virologia, il quadretto è idilliaco, peccato che
ci sia un neo: i finanziamenti.«Non accetto che
si dica che si debba andare all'estero per lavorare.
Dal '90 Padova ha scambi continui con Harvard, ma anche
con altri centri di altissima specialità. E' una
immagine falsa quella che ci porta a credere che la buona
ricerca sia appannaggio solo dei centri stranieri - sottolinea
- Non ci manca nulla, se non i fondi».
E
questa è la nota dolente: un'Ateneo (ma il
discorso non è solo padovano) che dialoga con
il gotha della scienza mondiale, opera in un Paese che è inchiodato
da un finanziamento pubblico che lo trascina al penultimo
posto in Europa. «Si parla di fuga di cervelli,
perché meravigliarsi? - aggiunge - Lo sappiamo
che i nostri salari sono un terzo di quelli dei ricercatori
stranieri, ma anche di quelli che lavorano a Bolzano.
Da noi chi fa ricerca è pagato poco. I nostri
fondi sono lo 0.6 per cento del Pil, ma abbiamo fondazione
private, come Airc, Telethon, Ail, e ne cito solo alcune
che sono sorgenti di aiuti concreti. Scopriamo adesso
che c'è chi va all'estero, è da 60 anni
che la ricerca in Italia non è presa in considerazione».
E
lancia un appello, rivolto al governatore Galan, agli
assessori Gava e Tosi: «Bisogna investire nel nanotech
e nel biotech, si devono fare progetti, dobbiamo smetterla
con i finanziamenti a pioggia - continua Palù -
La Facoltà di Medicina ha lanciato una sfida alla
Regione chiedendo che il complesso scientifico di via
Orus a Padova diventi una vera e propria "Cittadella
della ricerca" sulla biologia e le cellule staminali
. Non abbiamo bisogno di spendere soldi in tante ricerche:
solo poche e mirate». Ma Palù va anche oltre
e chiama in causa il tessuto industriale. «Il Veneto
deve farsi promotore di finanziamenti precisi e trasversali,
che concentrino la massa critica. - precisa il preside
- Si devono finalizzare le ricadute legate a questo tipo
di ricerche, proprio come fanno all'estero, dove l'industria
lavora e s'impegna su progetti accademici».Insomma,
i nostri ricercatori non hanno nulla da invidiare ai
colleghi stranieri, se non il "portafoglio" che
consente di gestire il proprio lavoro al meglio. Studi
come quelli effettuati da De Coppi potrebbero benissimo
avvenire anche all'ombra del Santo. O ancora meglio potrebbero
essere gli stranieri a venire da noi per studiare.
Daniela Boresi
Anche a Vicenza un gruppo di scienziati
sta studiando il liquido amniotico
Vicenza
Non
ha il nome e le dimensioni di Harvard e non può contare
sui grandi finanziamenti che supportano il lavoro della
prestigiosa università americana. Ma la Fondazione
Malattie Rare "Mauro Baschirotto" di Costozza,
in provincia di Vicenza, è arrivata alla stessa
conclusione dei colleghi statunitensi: la presenza di
cellule staminali nel liquido amniotico. Tant'è che
già nell'ottobre scorso i risultati scientifici
di questa ricerca, portata avanti grazie ad un contributo
del ministero dell'Università e della Ricerca,
sono apparsi sulla rivista scientifica internazionale "Stem
Cells and Development". Rivista che, all'istituto
vicentino, ha chiesto anche un secondo contributo di
prossima pubblicazione. «Siamo piccolini rispetto
ad Harvard ma il punto d'arrivo a cui siamo giunti dopo
anni di lavoro è il medesimo rispetto all'importante
centro Usa». A dirlo, con una punta d'orgoglio, è Anna
Baschirotto. Lei che dopo la morte del figlio Mauro,
scomparso a causa di una rara sindrome autoimmunitaria,
ha deciso insieme al marito Giuseppe di fondare questo
gioiellino della ricerca. Che, a diciotto anni dalla
sua nascita, è diventato un punto di riferimento
internazionale.
«La validità di questo studio è stata
oggi confermata anche nell'articolo pubblicato su Nature
Biotechnology da parte del gruppo del professor Atala
dell'Università di Harvard che dimostra le enormi
potenzialità delle cellule staminali derivate
dal liquido amniotico grazie alle diverse vie di differenziamento
che queste ultime possono percorrere». Gli scienziati
berici, che da anni stanno lavorando sulle cellule staminali
isolate dal liquido amniotico, hanno dimostrato la capacità di
mutare le loro caratteristiche da indifferenziate a cellule
adipose differenziate. «Questo risultato - prosegue
Baschirotto - apre uno scenario sulla capacità del
liquido amniotico di essere una fonte inesauribile ed
eticamente corretta di cellule staminali . Infatti, rispetto
a quelle prelevate dall'embrione, quelle ricavate dal
liquido amniotico in corso di amniocentesi non comportano
alcun rischio per il feto. Le cellule staminali così ricavate
possono essere poi differenziate in nuovi tipi cellulari
ed in futuro essere usate come terapia per diverse patologie.
Che vuol dire una speranza di cura concreta per chi soffre
di cancro, sindromi neurologiche e diabete. Ed è proprio
su queste ultime due malattie che i ricercatori della
Fondazione si stanno oggi concentrando».
Roberta Labruna
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